FESTIVAL VOLTERRA JAZZ 2017

XXIV EDIZIONE

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Festival dei Festival è il progetto che, grazie al Bando della Cultura promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, mette in rete, da giugno a settembre una serie di attività in collaborazione con i Comuni di Volterra, Pomarance, Castelnuovo V.C. e Montecatini V.C. a cui fanno capo l’Associazione Volterra Jazz con il XXIV Festival Volterra Jazz – Edizione 2017, il Gruppo Culturale Associato Progetto Città, con il XV Festival del Teatro Romano, La Filarmonica di Pomarance, con i Festeggiamenti del 170° dalla nascita e la Proloco di Pomarance con il Palio di Pomarance.

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Organizzazione – Associazione Volterra Jazz
Direzione Artistica – Giulio Stracciati

FVJ17 - Banner(1)25 anni di Jazz. Ne è passato di tempo da quel lontano 1992 in cui ufficialmente l’Associazione Volterra Jazz si costitì con una decina di soci fondatori, anche se le origini sicuramente ci riportano al 1957 quando nella rivista “Musica Jazz” a pagina 37, nel Notiziario della Federazione Italiana del Jazz si legge “ Volterra (PI) – Ha aderito alla FIDJ il Club Amici del Jazz di Volterra”.

Ad un anno di distanza, nel 1993 nacque così il Festival Volterra Jazz che compie quest’anno il suo ventiquattresimo compleanno.

Da quel lontano 1993 è stato un susseguirsi di musicisti alcuni giovanissimi al tempo, diventati poi giganti del jazz, italiani e internazionali:

Boltro, Cafiso, Cisi, Giuliani, Bosso, Fasoli, Ghiglioni, Bollani, Condorelli, Leveratto, Tamburini, Tessarollo, Negri, Cantini, Stracciati, Mariottini, Fabbrini, Bigliazzi, Corsi, Giachero, Tavolazzi, Rava, Gaslini, Fresu e tra i musicisti stranieri, Richard Galliano, George Cables, Terence Blanchard, Freddie Hubbard, Rachel Gould, Mike Stern, Charlie Mariano, Jim Snidero, Nir Felder, Glenn Ferris, solo per citarne alcuni.

A distanza di ventiquattro anni il Festival Volterra Jazz non ha perso la sua principale aspirazione: ricerca del significato della parola “jazz” che si modella, si contamina e si evolve, ma non muore mai.

Ed è per questo motivo che anche nell’edizione del 2017 si darà ancora una volta spazio ai giovani emergenti sia stranieri che italiani. Volterra Jazz ha il piacere di ospitare:

  • il sassofonista Jerome Sabbagh, francese, trasferitosi nel 1995 a New York, una delle nuove promesse del jazz proveniente direttamente dalla fucina newyorkese in cui il jazz si incontra con il rock e con il pop per dare vita a nuovi colori, a nuovi sapori.

  • Stefano Battaglia e Stefano Onorati, due pianisti d’eccezione. Perchè anche il jazz italiano ha una propria forza, più legata al jazz classico, più introspettiva e il Festival Volterra Jazz vuole in qualche modo metterla a confronto con quella d’oltreoceano;
    accreditato pianista a livello internazionale il primo; in fase crescente e di cui sentiremo sicuramente parlare nei prossi anni, il secondo.

Come spesso si fa nel jazz, abbiamo voluto giocare sull’improvvisazione e ai due pianisti abbiamo voluto affiancare due nostre conoscenze, Mirco Mariottini ai clarinetti e Giulio Stracciati alla chitarra: un mix esplosivo!

  • Il Festival si conclude in bellezza ospitando sul palco Daniele Malvisi, musicista attento e aperto a vari stili e generi musicali come ad esempio la musica etnica, la jazz-fusion e la musica classica.

La ricerca e il confronto accompagneranno quest’anno non solo la musica, ma anche l’arte pittorica. Ali Hassoun, artista libanese, dal 1982 in Italia oggi vive e lavora a Milano.

L’artista con la sua mostra dal titolo Crossover, sarà a Volterra dal 3/8 al 10/8 nelle Logge di Palazzo Pretorio. Si fa interprete di culture diverse ma confrontabili, che convivono nello spazio perfettamente orchestrato delle sue tele coloratissime. I personaggi di un Islam o di un’Africa tanto vissuta quanto favolosa e immaginata, nelle sue composizioni sono tutti catturati in un gioco di citazioni colte e di rimandi indiretti tra figura e sfondo.Il tema più evidente fra quelli che emergono nella sua ricerca pittorica è relativo al viaggio, strumento per esplorare esperienze e visioni eterogenee. Invece del concetto di “scontro di civiltà”, semplificazione pericolosa e tuttavia molto diffusa oggi in Occidente, Hassoun propone un’idea di “umanità come qualità universale e comune fra tutti i popoli, fondata su una spiritualità originaria che precede le diversificazioni religiose e politiche.

– Associazione Volterra Jazz

Info e Prenotazioni

Pro Volterra +39 0588 86150 / Consorzio Turistico +39 0588 87257

www.provolterra.it                                                   www.volterratur.it

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2 AGOSTO

Jerome Sabbagh Quartet

Teatro Romano, Volterra – h.21,30

Jerome Sabbagh – sax
Giulio Stracciati – chitarra
Matteo Addabbo – organo hammond
Giovanni Paolo Liguori – batteria

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Direttamente dalla fucina del jazz newyorchese Jerome Sabbagh approda al Festival Volterra Jazz.

Jerome Sabbagh
Sassofonista e compositore è nato a Parigi nel 1973, ma vive a New York dal 1995. Un compositore prolifico che riesce con facilità a coniugare il meglio del jazz classico con l’innovazione, con il modo di suonare di oggi.

Jerome Sabbagh è stato uno degli ultimi sassofonisti di Paul Motian, il celebre batterista di Bill Evans, che nel 2011 gli chiese di suonare per lui una settimana al famoso Village Vanguard. Con il suo gruppo composto da Ben Monder, Joe Martin and Ted Poor ha composto tre album: l’acclamato dalla critica North, Pogo e The Turn.

Jerome Sabbagh suonerà al Festival Volterra Jazz accompagnato da un trio d’eccezione capeggiato dal chitarrista Giulio Stracciati e composto da Matteo Addabbo all’organo Hammond e Giovanni Paolo Liguori alla batteria.

Giulio Stracciati
Musicista e compositore accreditato a livello internazionale. Nella sua carriera ultra ventennale ha collaborato con Paolo Fresu, Enrico Rava, Roberto Gatto, Stefano “Cocco” Cantini, Ares Tavolazzi e recentemente con Glenn Ferris, con cui ha costituito il Glenn Ferris Italian Quintet, partendo da un’idea nata nell’edizione 2015 del Festival Volterra Jazz.

Matteo Addabbo
Pianista toscano è specializzato nel suono dell’organo Hammond. Nella sua carriera professionistica nata nel 2002 ha suonato con calibri della musica jazz quali Al Cooper, Sony Rhodes, Crystal White e tra gli italiani Stefano Cocco Cantini, Marco Tamburini, Francesco Petreni, Massimo Faraò solo per citarne alcuni.

Giovanni Paolo Liguori
Giovanissimo batterista fiorentino, formatosi ai Seminari di Siena Jazz, viene premiato con una borsa di studio per frequentare i corsi al Mittel European Jazz Accademy del 2013 a Merano Jazz, e studia con Roberto Gatto.

Nell’estate del 2012 vince il Tiberio Nicola Award del La Spezia Jazz Festival. Frequenta i seminari di Nuoro Jazz, dove viene scelto da Paolo Fresu tra i migliori allievi. Ha suonato tra gli altri con Joe Cohn, Piero Odorici, Luciano Milanese, David Pastor e molti altri.

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3 - 10 AGOSTO

Crossover
Mostra pittorica di Ali Hassoun

Logge di Piazza dei Priori, Volterra
h. 10,00 – 13,00 e 17,00 – 22,00

Inaugurazione 3 Agosto dalle 18.00 alle 22.00

hassoun

In occasione di Festival Volterra Jazz sarà presentata la mostra Crossover di Ali Hassoun, in collaborazione con Studio Guastalla Arte Moderna e Contemporanea, Milano, presso la Loggia di Palazzo dei Priori. Le opere sono dipinti recenti di Ali Hassoun, coloratissime tele e acquerelli in cui l’artista italo-libanese approfondisce la ricerca che da ormai vent’anni conduce sul tema del nomadismo, della contaminazione, delle identità multiple, della compresenza e simultaneità di mondi diversi in una stessa realtà. Le diverse anime che si intrecciano in Hassoun, nato a Sidone e approdato vent’anni fa a Milano dopo gli studi e una lunga permanenza in Toscana, tra Firenze e Siena, affascinato dall’Africa dove abitano alcuni dei suoi familiari, si rifrangono e ricompongono nei suoi quadri come in un gioco di specchi, di rimandi. Hassoun attraversa continuamente una frontiera nei suoi dipinti: le sue donne africane, le sue famiglie in fuga, i suoi funamboli si stagliano sullo sfondo di una galleria di dipinti che spaziano da Andy Warhol a Capogrossi, da Picasso a Michelangelo. L’identità di Hassoun si plasma in un continuo spaesamento di tempo e di luogo, di personaggi che si riflettono e osservano e agiscono in mondi non loro, scavalcando i limiti temporali, mescolando e stratificando riferimenti visivi e culturali. Come ha sottolineato Martina Corgnati nel saggio critico di corredo al catalogo della mostra del 2010 al Palazzo Pubblico di Siena (“Alla confluenza dei due mari”), è attraversando la frontiera tra oriente e occidente, ritrovandosi come un pesce fuor d’acqua, che Ali Hassoun si è dovuto interrogare sulla sua identità, osservandola in controluce, come in filigrana, per capirne il nucleo, in cui si intrecciano e stratificano elementi diversi. E’ così che l’identità araba è potuta maturare, portando alla luce non gli elementi più scontati, ideologici, superficiali, ma la struttura profonda. I dipinti di Hassoun sono come racconti per immagini che riprendono le forme narrative della letteratura araba: le storie che rimandano ad altre storie come in un gioco di scatole cinesi; la figura del viandante ( l’Alessandrino dei racconti “Maqamat” di Hamadani), che si travestiva per svelare solo alla fine i suoi stratagemmi narrativi, fingendo di accompagnarsi a poeti in realtà vissuti in epoche passate. Nei dipinti di Hassoun la sua fantasmagorica galleria di immagini tratte dall’arte occidentale si intreccia alle figure di donne africane contemporanee o ai personaggi in continua migrazione che ci introducono, proprio come il viandante dei racconti, in un mondo sfaccettato e polimorfo. Nelle opere più recenti icone travestite da altre icone svelano significati nascosti attraverso sottili ironie, come Van Gogh con il basco di Che Guevara, o una moderna Giuditta con il volto di Amy Whinehouse che taglia la testa di un Oloferne-Cattelan.

L’effetto pop di questi intrecci e mescolanze è quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi in qualunque parte di mondo ci veniamo a trovare: insegne di catene di fast-food accanto a monumenti del Rinascimento, pannelli luminosi che si accendono all’improvviso alle porte di città remote e polverose in estremo oriente, folle disordinate che si accalcano, forse alle frontiere che cercano di attraversare, ma forse per partecipare a un evento culturale iperpubblicizzato, finte città italiane ricreate senza crepe nel deserto americano o primitivi che in realtà sono vip trasportati su isole da reality. Nelle ultime opere Hassoun sembra alludere, con un sorriso, a questi continui spaesamenti.

Ali Hassoun
Ali Hassoun è nato a Sidone (Libano) nel 1964. Nel 1982 si trasferisce in Italia per proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1992 si laurea in architettura presso l’università della stessa città. Oggi vive e lavora a Milano. Alla nazionalità libanese Hassoun ha aggiunto quella italiana, integrando la dimensione originaria, arabo-mediterranea, della propria identità, con una dimensione diversa, europea ed occidentale.

Il tema più evidente fra quelli che emergono nella sua ricerca pittorica e’ relativo al viaggio, strumento per esplorare esperienze e visioni eterogenee. Invece del concetto di “scontro di civiltà”, semplificazione pericolosa e tuttavia molto diffusa oggi in Occidente, Hassoun propone un’idea di “umanità” come qualità universale e comune fra tutti i popoli, fondata su una spiritualità originaria che precede le diversificazioni religiose e politiche.

Così l’artista si fa interprete di culture diverse ma confrontabili, che convivono nello spazio perfettamente orchestrato delle sue tele coloratissime. I personaggi di un Islam o di un’Africa tanto vissuta quanto favolosa e immaginata, nelle sue composizioni sono tutti catturati in un gioco di citazioni colte e di rimandi indiretti tra figura e sfondo.

Hanno parlato di lui, Elias Shaker, Fayasal Sultan, Omar Calabrese, Mauro Civai, Gianni Giacopelli, Fabrizio Mezzedimi, Letizia Franchina, Luigi Zangheri, Jean Noel Schifanò, Alberto Fiz, Silvia Guastalla, Luca Beatrice, Alessandro Riva, Luca Pietro Vasta, Aldo Mondino, Chiara Guidi, Maurizio Sciaccaluga, Manuela Brevi, Ivan Quaroni, Gabriel Mandel Khan, Marina Mojana, Gianluca Marziani, Beatrice Buscaroli, Antonio d’Avossa, Murteza Fedan, Melih Gorgun, Chiara Canali, Mimmo di Marzio, Saleh Barakat, Gregory Buchakjian, Vittorio Sgarbi e Martina Corgnati.

Tra le personali recenti più significative: nel 2010 Ali Hassoun alla confluenza dei due mari a cura di Martina Corgnati presso il Palazzo Pubblico di Siena; nel 2013 Il POPolo vuole, a cura di Luca Beatrice, presso il Museo Piaggio di Pontedera; nel 2015 il Padiglione del Libano presso Expo Milano.


4 AGOSTO

Stefano Battaglia & Mirco Mariottini

Music for Piano and Clarinets

Piazzetta dei Fornelli, Volterra – h.21,30

Stefano Battaglia – piano
Mirco Mariottini – clarinetti

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Stefano Battaglia
Musicista jazz e classico, compositore, dal 1984 ad oggi ha tenuto più di 3000 concerti in Italia, Germania, Svizzera, Francia, Spagna, Austria, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Belgio, Giappone, Tunisia, Israele, Stati Uniti, Olanda, Grecia, Marocco, Svezia, collaborando con molti musicisti internazionali e pubblicando più di cento dischi, che gli hanno valso numerosi premi e riconoscimenti nazionali ed internazionali.

La rivista “Musica Jazz” che lo premia anche come miglior talento nel 1988 dice di lui:

“Gli eccezionali risultati ottenuti negli ultimi anni da Stefano Battaglia sono il naturale concretizzarsi di un percorso che si è sviluppato attraverso più di vent’anni di rigorosa ricerca.

Dotato di lucidità tecnica superiore, Battaglia ha realizzato in questi anni, grazie a coraggiose e precise scelte estetiche, un corpus musicale che risulta ormai, nel mondo della musica improvvisata e al di là di qualsiasi limite di territorio e linguaggio, fra i più intensi dell’ultimo decennio.

L’introspezione e la profondità espressiva non privano la musica di Battaglia di comunicativa. Il nucleo generatore del suo linguaggio è strettamente collegato alla melodia, spesso associato ad altri parametri in un complesso gioco d’intarsi. Battaglia può scivolare con plasticità e flessibiltà tra le varie stagioni della tradizione colta e jazzistica traendo da ciascuna, ciò che gli interessa maggiormente: il contrappunto, la vitalità ritmica del bop, le finezze armoniche tipiche della immaginaria “linea bianca” pianistica LennieTristano-Bill Evans-Paul Bley (per sua stessa ammissione tre grandi modelli per Battaglia), o ancora le ricerche armoniche e timbriche del novecento delle avanguardie europee. Ma sopra tutto, come si diceva, resta la melodia. E nel modo con cui essa è sviluppata si riconoscono da un lato l’originalità con cui Battaglia si relaziona al nucleo profondo della musica, attraverso lo stupore dell’invenzione e a prescindere dal materiale che utilizza per il proprio percorso (volutamente ampio ed eterogeneo), sempre in bilico tra grandi tradizioni e nuove musiche, vicino a quel discrime su cui si sta giocando l’identità e il futuro stesso del jazz.”

Mirco Mariottini
“Clarinettista dalla vis interiore e dirompente” (Musica Jazz), “tra le personalità emergenti più interessanti dell’odierno panorama jazzistico nazionale” (Anima Jazz), “insieme forte e leggero, capace di imprimere allo strumento vive e suggestive serpentine” (Jazzit), “con proprietà d’espressione e fraseggio armonioso si invola il ben inanellato delineare di Mariottini ai clarinetti, che denota sentimento e si effonde con vivace nitidezza e prestante e avvincente scioltezza” (Italian Sound Company), “con il suo periodare dall’andamento raffinato e sinuoso, ora morbido, ora intenso, dalle digressioni che ascendono con ubertoso e sensibile profondere” (Basimedia Magazine), “strumentista estremamente duttile e tecnicamente straordinario, dotato di uno stile poliedrico e di un fraseggio visionario….e dal gusto melodico non comune”(Musica Jazz)”.

Mirco Mariottini, musicista, arrangiatore e compositore è oggi forse il più apprezzato clarinetto sulla scena italiana se non addirittura su quella internazionale. Ha alle sue spalle collaborazioni con molteplici musicisti quali John Taylor, Tony Scott, Paul McCandless, Willian Parker, James Newton, solo per citarne alcune e recentemente con Glenn Ferris con cui ha costituito il Glenn Ferris Italian Quintet, partendo da un’idea nata nell’edizione 2015 del Festival Volterra Jazz.

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5 AGOSTO

Stefano Onorati & Giulio Stracciati

Piazzetta dei Fornelli, Volterra – h.21,30

Stefano Onorati – piano
Giulio Stracciati – chitarra

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Stefano Onorati
Pianista, compositore ed arrangiatore è considerato uno dei musicisti emergenti italiani. Tra le collaborazioni più importanti ricordiamo Tom Harrell, col quale ha inciso il disco “Shadows” per la Universal insieme a Nico Gori e poi ancora Kenny Wheeler, Lee Konitz, Dee Dee Bridgewater, Tony Scott senza dimenticare tra gli artisti italiani Enrico Rava, Paolo Fresu, Roberto Gatto, Marco Tamburini, Gegè Telesforo, Tiziana Ghiglioni, Fabrizio Bosso e molti ancora.

Molti anche i Festival a cui ha partecipato in Italia, ma anche in Turchia, Svizzera, Germania, Olanda, Francia, Slovenia e Inghilterra.

Giulio Stracciati
Oltre ad essere musicista e compositore accreditato a livello internazionale, Giulio Stacciati ha un’esperienza ultraventennale nella didattica presso Siena Jazz. Dal 2013 è Direttore Artistico del Festival Volterra Jazz e sotto la sua conduzione è nato il Cepem – Centro Etrusco di Perfezionamento Musicale in cui è anche insegnante di chitarra. Nella sua carriera ha collaborato con Paolo Fresu, Enrico Rava, Roberto Gatto, Stefano “Cocco” Cantini, Ares Tavolazzi e recentemente con Glenn Ferris, con cui ha costituito il Glenn Ferris Italian Quintet, partendo da un’idea nata nell’edizione 2015 del Festival Volterra Jazz.

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9 AGOSTO

Daniele Malvisi Sextet

Teatro Romano, Volterra – h.21,30

malvisi

Daniele Malvisi
Musicista attento e aperto a vari stili e generi musicali, le sue esperienze si estendono alla musica etnica italiana ed extraeuropea: collabora in più occasioni con il gruppo partenopeo “Sonacammanese” e per anni ha il duplice ruolo di sassofonista e arrangiatore con il cantautore africano Gabin Dabirè. Sempre interpretando le stesse mansioni, collabora con l’etichetta indipendente “Materiali Sonori” per la realizzazione di tre lavori discografici, componendo e arrangiando musica per lo storico gruppo perugino dei “Militia”, per la cantante inglese Clare Ann Matz e per il produttore Arlo Bigazzi. Nel 2000 è primo sax tenore dell’ “Arretium Jazz Orchestra” diretta dal pianista Marco Pezzola e, sempre nello stesso anno, compone le musiche per lo spettacolo teatrale “Novelle Toscane” per la regia di Silvia Martini, con Silvia Martini e Alessandra Aricò.

Attualmente, oltre a far parte dell’organico “Theatrum” del pianista Stefano Battaglia, del gruppo jazz-fusion “Mediterranea” del batterista aretino Claudio Cuseri e del ”Resonaunce Quartet” del contrabbassista americano William Parker (formato da W. Parker al contrabbasso, H. Drake alla batteria, D.Malvisi al sax e A.Giachero al piano) è leader di due formazioni: Daniele Malvisi Quartet (D.Malvisi al sax, P.Corsi alla batteria, G.Scaglia al contrabbasso, G.Conversano alla chitarra) e Daniele Malvisi “Jazz for Peace” con l’aggiunta alla formazione del quartetto del pianista Danilo Rea. Inoltre, il suo interesse per la letteratura e per il teatro, lo ha spinto nel corso degli anni a maturare una conoscenza musicale sempre più specifica legata a queste due forme espressive.

La sua totale apertura e disponibilità a confrontarsi con diversi generi musicali gli ha permesso nel corso degli anni di condividere il palco con molti artisti di altissimo livello; alcuni nomi per tutti: Paolo Fresu, Ettore Fioravanti, Danilo Rea, Andrea Parodi, Michael Gassmann, Gabin Dabirè, Peter Erskine, Al di meola e altri ancora.

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